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18/01/2020: Il Presidente Bonsi: perché lo ius naturae è il principio sul quale si fonda la cittadinanza della Nazione Templare

Uno dei temi ricorrenti nel dibattito politico internazionale di questi anni è sicuramente la questione del diritto di cittadinanza.

Nei vari Stati vi sono diversi criteri per stabilire e distinguere chi è cittadino di uno Stato da chi non lo è.

Il concetto di cittadinanza implica necessariamente l’individuazione dell’identità oggettiva propria di una parte specifica di esseri umani, ossia di una Nazione.

Una cittadinanza universale non solo sarebbe contraddittoria, ma annullerebbe de facto il concetto stesso di cittadinanza.

Al fine di rispettare le differenze tra i popoli e le tradizioni, salvaguardando l’universalità vera dei diritti umani, riguardanti cioè tutti coloro che sono persone (individui che appartengono alla specie umana nella sua generalità), è fondamentale scindere la cittadinanza specifica dall’umanità generica.

Sono cittadini di una Nazione solo coloro che appartengono ad una certa, determinata e particolare comunità.

Il principio, dunque, di cittadinanza è naturale e storico al contempo: naturale, perché si è, ad esempio, italiani o francesi in quanto figli di italiani o di francesi; storico, perché gli italiani o i francesi sono tali non per un carattere etnico, ma perché condividono un’appartenenza identitaria nel passaggio generazionale, ovvero un insieme di mentalità, lingua, costume, valori, eccetera.

È questa la ragione per la quale risulta evidente che la cittadinanza, cioè l’essere cittadini, coincide con la Nazione, ossia con l’insieme di coloro che attualmente sono comunità italiana o francese, in virtù di un passato e di un presente comune.

Vi sono, in sintesi, due parametri per stabilire il conferimento di cittadinanza:

– Lo Ius Soli.

Lo ius soli è di natura materiale e locativa: chi nasce nel territorio di uno Stato è automaticamente cittadino.

Si tratta di un metodo antico, il quale tuttavia non è valido di per sé, perché affida l’appartenenza ad una comunità ad un composto secondario che è il luogo e non ad un valore primario di integrazione, costituito dall’educazione che la famiglia impartisce ad una persona.

– Lo Ius Culturae.

La seconda strada è quella dello ius culturae.

Qui il problema è spostato nell’ambito del tempo, ma non modificato quanto all’essenza.

In questo caso, infatti, non basta nascere, ma bisogna aver vissuto e ricevuto una certa istruzione per poter ricevere ad una età stabilita la cittadinanza.

– Esiste però una terza via, che è quella più naturale, ossia lo Ius Naturae.

L’unico modo per risolvere a dovere la questione è partire dal concetto fondamentale di natura.

Aristotele, nella Fisica, spiega che “per natura s’intende la causa interna dell’essere di un vivente”.

Con questa affermazione, lo Stagirita intende dare suggerimenti anche per la nostra analisi: una persona, infatti, è e diviene se stessa grazie non solo alla generazione, ma anche all’azione educativa dei genitori.

Essi inseriscono gradualmente i figli nella vita e nella comunità, trasferendogli la cittadinanza, i valori, i doveri e anche la mentalità che posseggono.

Dissociare cittadinanza da famiglia e famiglia da natura è assurdo e sbagliato, poiché risulta contrario proprio alla natura umana.

A nostro avviso, soltanto lo ius naturae è il principio vero della cittadinanza, perché unicamente chi ha la cittadinanza può darla e tramandarla, accrescendo e mantenendo in vita una Nazione nella sua identità permanente, veicolata dalla famiglia.

Oggi la Nazione Templare non ha un suo territorio e, pertanto, al fine di riunire tutto il popolo templare ancora disperso, sta applicando un sistema misto, ossia lo ius naturae, base fondamentale della Nazione, e un sistema che è simile allo ius culturae, ma che si basa sul fatto che la cultura, la tradizione, gli ideali, la mentalità propri della Nazione Templare, sono già insiti nelle persone che diventeranno cittadini.

Il giorno che avremo un territorio, la Nazione applicherà esclusivamente lo ius naturae.

Questa scelta non pregiudicherà in alcun modo la convivenza nel territorio con chi non è cittadino.

Infatti, in uno Stato possono convivere cittadini e stranieri che non condividono i principi etici costituitivi di una Nazione, senza che quest’ultimi però abbiano la cittadinanza e vedano minati i loro diritti umani universali.

Non solo non è necessario dare cittadinanza per riconoscere diritti umani, ma i primi sono diversi dai secondi.

Pensare di confondere i piani significa voler distruggere l’identità di una comunità.

Bisognerà sempre vigilare affinché i diritti umani universali siano garantiti a tutti nel nostro futuro Stato, conservando gelosamente la sostanza nazionale che costituisce il principio della trasmissione e la causa del mantenimento intergenerazionale della nostra cittadinanza pacifica.

Il Presidente, Riccardo Bonsi

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